lunedì 22 aprile 2019

Tornato - pt.1

Rimane in sella alla moto, i piedi piantati per terra e un secondo casco che tiene sotto braccio, lo sguardo che non si stacca dallo zainetto di Tommy finchè questo non scompare dietro l'ingresso della scuola. Il tempo di accendere il motore e leggere un messaggio che gli attanaglia lo stomaco da un paio di giorni, il mittente recita 'Dad', con poche parole scritte: arrivo lunedì mattina.

Non andava all'aereoporto di Philadelphia da quando era ricercato (forse decenni nella sua testa), e si sente stranamente a disagio in mezzo a tutta quella gente, che arriva, che sosta nei punti di ristoro con un bicchierone di caffè in attesa del prossimo volo.
Quando Daniel Ross arriva dal gate, appare proprio come se lo ricordava, capelli un po' brizzolati, due occhi nocciola, poco più alto del figlio e un fisico prestante da vero vigile del fuoco, i soliti baffi alla Don Diego de la Vega che disegnano un'aria fin troppo bonaria sul volto dell'uomo, tutto il contrario dell'aria rigida e tesa che si porta dietro James, mentre lo osserva con le mani in tasca e un'espressione difficile da decifrare. Non sorride, se non quando l'uomo gli arriva praticamente ad un metro, e l'angolo della bocca si solleva appena come se i muscoli facciali tentennassero.

- Ciao James...
- Ciao papà...

Pochissime parole, e subito dopo abbassa lo sguardo per un solo istante verso il pavimento, verso il piccolo trolley che Daniel si porta dietro. Le mani rimangono ancora nelle tasche mentre si tortura il labbro come se fosse l'unico appiglio dove potersi aggrappare in quel momento, nel ricambiare lo sguardo del padre che è come se si aspettasse qualcosa. Un sorriso? Un abbraccio? Qualcosa?

- Allora... andiamo?
- Perchè mamma non c'è?

La domanda gli esce quasi di getto, troppo spontanea e diretta, tanto da suonare quasi come un'accusa.

- Volevo vedervi James, il prima possibile, te e tua sorella. Domani ho già il volo per tornare a cas...
- Già domani?
- Si, già domani. C'è ancora tanto da ricostruire a Houston, e non posso...

Scuote piano la testa mentre sposta lo sguardo da tutt'altra parte, le mani che si portano sui fianchi come se aspettasse qualcosa, prima di tornare a guardarlo. E' un ammasso di emozioni che si accavallano l'una sull'altra per prendere il sopravvento, con il solo risultato di non riuscire a mostrare nessuna di esse. Lo fissa con gli occhi appena sgranati, le dita che afferrano nervosamente il tessuto della propria camicia di flanella all'altezza dei fianchi, stropicciandola il più del dovuto.

- Cazzo Pa', lo sai da quanto non ti vediamo?
- James...
- Lo sai?
- Lo so, la mamma mi ha detto tutto. Cosa è successo due anni fa, cosa è successo ora... lo so. Mi dispiace...

Daniel ripete bene quelle parole, quel 'lo so' e un dispiacere che suona poco più alto di un mormorio, in scuse che non dovrebbero neanche esistere. Parole che rombano nella testa del ragazzo in modo incessante. Ha la bocca secca, asciutta, risulta difficile perfino deglutire e muoversi, col solo risultato di far cascare le mani di nuovo lungo i fianchi.

- Dai, andiamo, parliamo da un'altra parte con calma... ok?

Annuisce molto lentamente James Ross, mentre ruota sul posto per iniziare a camminare. Le mani che tornano di nuovo in tasca, lo sguardo basso a poco a poco più lucido e non per via delle insegne dei negozi e dell'illuminazione artificiale del posto, uno sguardo che ancora non s'azzarda a tornare verso Daniel, il vociare e l'agitazione della gente mentre lo speaker dell'aereoporto annuncia l'ultima chiamata di un volo verso Boston.
Poi rallenta, si ferma e non ce la fa, quando va a girarsi quasi di scatto verso il padre ha già il viso rigato di lacrime silenziose, con le braccia che si allargano per andare a cingergli il busto con il muso che spinge verso la sua spalla.
Lo tocca ed è reale, lo stringe perchè è vero e non solo un sogno, lo abbraccia aggrappandosi a lui perchè è tornato.

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